PERCHE' FARE SCUOLA IN CASA


Considerazioni etico-teologiche

Partiamo da alcuni principi fondamentali di ordine filosofico, che costituiscono le premesse fondamentali generali dell’intero discorso.

L’uomo è l’essere creato da Dio, dotato di un corpo animale e di un’anima spirituale immortale; le proprietà prime dell’anima, principio di vita, sono l’intelletto e la volontà. Per giungere ad un adeguato livello di sviluppo e di maturità della persona umana, la volontà necessita dell’educazione e l’intelletto necessita dell’istruzione. La “formazione” globale della persona comprende educazione ed istruzione.

In questo contesto, la scelta di fare scuola in casa, senza mandare i propri figli in scuole esterne, pubbliche o private (cosiddetta homeschooling) nasce anzitutto dalla constatazione che il buon Dio ha affidato i figli, in tutto e per tutto, ai suoi genitori e non alle “tate” del nido e della materna e neppure alle “maestre” delle elementari. “In tutto e per tutto” significa che i figli sono affidati alle cure genitoriali non solo riguardo all’educazione, ma anche riguardo all’istruzione.

La scuola dovrebbe intervenire solo se e quando la famiglia non fosse in grado di istruire adeguatamente i propri figli, aiutando la famiglia nella formazione globale dei bambini e dei ragazzi, affiancandosi ad essa e mai sostituendola.

Considerazioni storiche

La maggior parte dei genitori nutre la ferma convinzione che la scuola sia un vantaggio del presente, rispetto ad un passato, anche recente, fatto di ignoranza diffusa e profonda.

Tutto questo manifesta con estrema chiarezza un dato caratteristico della società odierna: la presunzione e la superbia. Ma come: la scuola esiste da appena 150 anni circa, quindi nei 12.000 anni precedenti sono stati tutti cretini? Se per millenni le scuole non sono esistite e se questi millenni hanno prodotto tante menti illustri (ad esempio: Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Francesco Giuseppe d’Asburgo, ecc.), è così assurdo pensare che forse siamo noi contemporanei a sbagliare?

Tutti (o quasi) vanno a scuola; nessuno (o quasi) conosce la storia della scuola contemporanea. Dico “contemporanea” perché le scuole dell’età pre-moderna e soprattutto pre-illuministica erano qualcosa di completamente diverso dalla scuola così come noi oggi la viviamo, la vediamo e la concepiamo.

Nell’Europa occidentale le scuole pubbliche nacquero nella seconda metà dell’800: si trattava di scuole statali aperte a tutti, a costi modestissimi o addirittura nulli. Qualche decennio dopo (siamo ai primi del ‘900; in Italia negli anni ’20) ecco che succede qualcosa senza precedenti: le leggi statali rendono obbligatorio garantire ai figli un livello minimo di istruzione, quantificato in anni (all’inizio 3, poi 5, quindi 8, ora 10). A partire da quel momento, fermo restando l’obbligo di legge, le famiglie avevano dunque la possibilità di scegliere: o istruire i propri figli a casa, facendo superare loro gli esami di stato presso scuole pubbliche o private riconosciute; oppure, qualora non fossero in grado di farlo, dovevano obbligatoriamente iscrivere e mandare i propri figli a scuola. Per la quasi totalità delle famiglie quest’ultima fu la scelta obbligata, a causa della miseria e dell’analfabetismo che impedivano alle famiglie di occuparsi in proprio dell’istruzione dei figli.

Per evitare sconquassi sociali ed un effetto eccessivamente “impattante” della riforma, i governi liberali furono per così dire “costretti” a lasciare le due alternative della scuola privata e dell’istruzione familiare: in Italia infatti molte erano le famiglie nobili che per lunga tradizione educavano i propri figli in casa e molte di queste erano collegate al governo in vario modo, oppure godevano di un tale prestigio ed importanza sociale da non poter essere sottovalutate in maniera disinvolta; inoltre, erano molto diffuse le scuole religiose delle parrocchie, delle diocesi, dei conventi, degli ordini e delle congregazioni religiose, sia secolari che regolari. In un paese protestante come la Germania, i liberali ebbero libertà totale ed usarono la mano pesante, cosicché ancora oggi colà è obbligatorio mandare i propri figli a scuola, essendo vietata per legge l’istruzione familiare.

Fu così che in Italia nacque il grande equivoco in cui cadono tutti (o quasi) ancora oggi: quello di credere che sia obbligatorio mandare i figli a scuola, quando – più semplicemente – è obbligatorio garantire loro un livello minimo di istruzione.

I governi liberali sapevano benissimo che la quasi totalità delle famiglie avrebbe mandato i propri figli alla scuola pubblica, per le ragioni sopra esposte e soprattutto perché le scuole private esistenti, gestite da enti religiosi cattolici, erano poche di  numero, ubicate in gran parte nelle città e per giunta erano normalmente a pagamento, anche se spesso venivano accolti gratis et amore Dei parecchi ragazzi capaci intellettualmente ma dotati di scarsi mezzi economici. L’istruzione familiare rimase appannaggio di quei pochi che, già prima dell’introduzione dell’obbligo dell’istruzione, di fatto già curavano in proprio l’istruzione dei propri figli: si trattava perlopiù di famiglie nobili, di campagna o di città che fossero. L’esempio classico è quello del conte Giacomo Leopardi di Recanati: educato fino a 7 anni da un religioso assegnatogli come precettore; poi istruito personalmente dal padre, il conte Monaldo, fino all’età di 15 anni. Il risultato fu il più grande poeta lirico della letteratura italiana. E tanto era chiusa, oscurantista e retriva l’educazione tradizionalista, conservatrice e cattolico-integrista del periodo della Restaurazione, che il giovane Leopardi ricevette un’istruzione tale da renderlo uno degli uomini più colti di tutti i tempi, assumendo una tale libertà di pensiero da abbandonare del tutto il cattolicesimo per darsi ad un ateistico pessimismo cosmico (salvo, poi, richiedere i Sacramenti in articulo mortis).

Ora, bisogna chiedersi: perché i governi liberal-massonici dell’800 vollero istituire le scuole pubbliche? Gli obiettivi perseguiti dalla cricca cavouriana erano fondamentalmente tre.

Il primo obiettivo era quello di acquisire il monopolio dell’istruzione di massa di tutta la popolazione, per pilotarne la formazione allo scopo di inculcare nelle masse i principi della massoneria, così da renderli ostili al grande avversario della massoneria: la Chiesa Cattolica. Faceva parte di questa strategia anche l’obiettivo intermedio di creare una classe dirigente istruita e formata presso strutture non ecclesiastiche.

Il secondo obiettivo era quello di creare dei “cittadini modello” specie all’indomani dell’unificazione politica della penisola, tutti quanti educati allo stesso modo e tutti quanti sottomessi allo stesso unico governo, ligi agli ordini e fedeli ai superiori. Un popolo dove tutti hanno ricevuto la stessa identica formazione è un popolo omologato, spersonalizzato e quindi facilmente manovrabile. Sotto questo aspetto è significativa la scelta dell’età in cui fare iniziare l’obbligo scolastico: 6 anni. Non è una età scelta a caso. Lenin, che conosceva bene la pedagogia protestante di Pestalozzi, era solito ripetere “Datemi un bambino fino a 7 anni e poi tenetevi tutto il resto. Quel bambino sarà sempre dalla mia parte”. Ed infatti il protestante italo-svizzero Pestalozzi aveva visto giusto: la formazione delle strutture fondamentali dell’identità della persona avviene nei primi 7 anni di vita ed il più fruttuoso per l’apprendimento è l’ultimo, dai 6 ai 7 anni. Sempre per questa ragione, nelle Case Reali il principe ereditario restava sotto la diretta educazione della Regina Madre fino a 7 anni compiuti; poi iniziava l’istruzione militare che ne avrebbe fatto un monarca. L’obiettivo era fare sì che il principe, quando fosse stato Re, conservasse in sé la dolcezza dell’educazione materna (in quanto il Re era il pater pauperarum), unita alla fermezza ed al rigore di una educazione militare acquisita dopo e necessaria per governare una nazione (in quanto il Re era anche il defensor pauperarum).

Il terzo obiettivo si inquadra nell’ambito della seconda rivoluzione industriale. Fino a quando la totalità della popolazione lavorava in campagna ed era addetta all’agricoltura o alla pastorizia, non c’era bisogno che fosse istruita, neppure a livello elementare. Invece, la nascente industria nazionale (specie tessile e meccanica pesante) richiedeva operai capaci di alcune elementari operazioni intellettuali, quali leggere le istruzioni per fare funzionare un telaio meccanico e risolvere semplici guasti meccanici, inevitabili nel corso della produzione in serie; oppure contare i pezzi usciti da una macchina che lavora a catena, per controllare l’andamento della produzione. Significativo, al riguardo, che l’obiettivo assegnato alle scuole elementari consistesse in leggere, scrivere e fare di conto: tutte le semplici nozioni indispensabili per lavorare nei nascenti opifici industriali; in altri termini, un corso completo di formazione professionale per futuri operai della nascente industria nazionale. L’obiettivo dunque era quello di creare buoni lavoratori di domani.

Considerazioni architettoniche

Funzionale a questo obiettivo di creare buoni ed ubbidienti lavoratori, tutti dediti a lavorare per far guadagnare soldi al padrone era anche l’architettura scolastica.

A quale modello logistico-strutturale si ispirarono i moderni inventori delle “scuole obbligatorie”? Al modello delle cosiddette “comunità separate”: caserme, carceri ed ospedali. Ed infatti caserme, carceri, ospedali e scuole hanno la stessa struttura architettonica e le stesse regole fondamentali di funzionamento. Si tratta sempre di strutture di grandi dimensioni, formate da ampi stanzoni:

·           dove le persone vengono ammucchiate a gruppi più o meno ampi sulla base di criteri totalmente spersonalizzati: nelle caserme il reggimento; nelle carceri il reato commesso; gli ammalati a seconda della malattia; gli scolari a seconda dell’anno di nascita;

·           dove tutti portano gli stessi abiti: l’uniforme in caserma; la tuta a strisce in carcere; il camice bianco negli ospedali; il grembiule nelle scuole;

·           dove tutti coloro che vi stanno sono costretti per legge con la forza a rimanervi: i soldati sotto pena di corte marziale per diserzione; i carcerati sotto pena di fucilazione per evasione; i malati sotto pena di bando dalla società per evitare che diffondano contagio; gli scolari sotto minaccia di trovarsi il carabiniere che li viene a sequestrare a casa per riportarli a scuola (quanti di noi hanno sentito raccontare questa storia, da bambini, quando non volevamo andare a scuola la mattina seguente!);

·           dove tutti devono seguire le stesse regole e gli stessi orari: in tutto e per tutto, dall’entrata all’uscita, fino ai pasti ed alle necessità fisiologiche;

·           dove tutti mangiano le stesse cose: la mensa è uno degli aspetti che accomuna tutte le “comunità separate”. Ci sono voluti i musulmani e la celiachia diffusa a livello di massa per consentire delle differenziazioni individuali nella refezione dei malcapitati che tutti i giorni devono pasteggiare nelle mense di ogni genere. E tanto il governo ci tiene alla nostra salute che adesso c’è pure il dietologo che studia un disgustoso menù “equilibrato”, studiato appositamente per evitare ai bambini di incorrere in quello che l’odierna società dell’immagine ostracizza e considera come il peggiore dei difetti: l’obesità, alla quale ogni male viene ricondotto. Ovviamente, il tutto non ha lo scopo di tutelare la salute di nostro figlio (della quale, ad ogni buon conto, al governo non importa proprio nulla), bensì quello di ridurre le spese del servizio sanitario nazionale, da molti mal sopportato come un relitto storico del deprecato ventennio fascista. Nessuno nota che quello stesso governo che impone alle scuole una dieta “sana ed equilibrata”, consente che bambini e ragazzi vengano bombardati da ore di pubblicità televisiva dove le grandi industrie alimentari nazionali e multinazionali pubblicizzano, con ampio successo in termini di vendite, delle porcherie di ogni genere, che sono l’esatto contrario di qualunque dieta “sana ed equilibrata”. A scuola si cerca di far risparmiare soldi alla sanità pubblica, ma a casa di ciascuno bisogna far fare affari d’oro alle industrie alimentari, visto che dietro di esse ci sono giri di miliardi di euro e davanti ad esse ci sono tanti politici a fare da “santi in paradiso”. Nessuno pensa che lo stesso Stato che, ad esempio, promuove le campagne antifumo, lucra cifre enormi sulla vendita delle sigarette, a causa del mai abolito monopolio di Stato sui tabacchi, e via discorrendo;

·           dove nessuno ha una identità propria, confondendosi nella massa: i soldati sono chiamati per grado; i carcerati sono chiamati per numero; i malati sono indicati con il numero del letto sul quale vengono costretti a giacere; gli alunni sono indicati con un numero progressivo sul registro, tant’è che, per dare corso alla pratica vessatoria delle interrogazioni in stile giudiziario, spesso il sadico boia-maestro estrae a sorte un numero per indicare chi sarà il prossimo suppliziato da giustiziare in pubblica udienza dinanzi ai compagni astanti e sbeffeggianti ad ogni minimo errore, vero o presunto.

Le moderne fabbriche dove vengono stipati gli operai abbarbicati ai telai ed ai macchinari per la produzione in serie hanno lo stesso stile delle “comunità separate”: ambienti grandi e asettici, orari predefiniti e standardizzati, tute da lavoro uguali per tutti, ecc.; e per abituarsi a questo stile di vita completamente alienante, allora è necessario che si abituino fin da bambini, andando a scuola, dove apprenderanno i rudimenti che serviranno loro per lavorare nella moderna fabbrica organizzata in perfetto stile carcerario.

Non è un caso se in America spesso sono le imprese a fondare le università: secondo il perfetto stereotipo borghese, la cultura serve per fare soldi; non è altro che un bene da sfruttare per fini di guadagno, come una casa, un terreno o una partecipazione azionaria. E da questa idea venale ed utilitaristica nasce il mito borghese del “lavoro adeguato al titolo di studio”: se ho studiato per fare soldi, devo – e necessariamente devo! – fare solo il lavoro per cui ho studiato; lavoro dal quale devo – e necessariamente devo! – guadagnare ciò che ritengo giusto in relazione a quanti anni ho studiato (qualcuno dovrebbe spiegare loro che il salario è il prezzo del lavoro, il quale prezzo – come tutti i prezzi – è soggetto alla legge della domanda e dell’offerta, non a quella del “più anni ho studiato, più mi dovete pagare per il lavoro che faccio”).

Ebbene uno dei motivi per istruire i figli in casa è proprio questo: insegnare loro che la cultura serve a “far crescere l’uomo” (dal latino coleo che significa coltivare, da cui deriva il sostantivo “cultura”), nel suo intelletto e nella sua moralità, non nel suo portafogli. Carmina non dant panem, dice un vecchio adagio latino; presso i romani il precettore del giovane aristocratico, spesso di origine greca o egizia, era uno schiavo; nel medioevo agli ecclesiastici e ai nobili, che erano gli unici che studiavano, era interdetto il commercio, sprezzantemente definito “vile mercatura”: piccoli esempi per far risaltare la differenza tra la saggezza e la grandezza del passato e la miseria morale del presente. Un tempo la gente studiava per conoscere la verità, oggi studia per lavorare: si tratta di mondi lontani anni luce.

Del resto, l’origine “sporca” della scuola moderna riemerge con evidente chiarezza ancora oggi, dacché gli studenti di ogni ordine e grado vengono valutati secondo “debiti” e “crediti” formativi: il criterio del libero mercato, dove tutto – anche le persone, anche la cultura – viene valutato in termini monetari di dare e di avere.

Con tutto questo siamo ben lontani dal desiderio di elevare intellettualmente le masse, come scrivono ancor oggi i libri di testo delle scuole, riferendosi all’introduzione della scolarizzazione di massa.

Considerazioni pratiche

La scelta di fare scuola in casa è stata rafforzata anche dai penosi ed avvilenti risultati dell’istruzione pubblica, che sono sotto gli occhi di tutti. Bambini e ragazzi dai 6 ai 19 anni stanno a scuola tutti i giorni dalle 5 alle 8 ore ed anche di più, per cui dovrebbero, dalle scuole, uscire delle vere e proprie arche di scienza; invece, bambini e ragazzi sono e restano sempre più ignoranti.

Quello che nessuno ha il coraggio di dire è che la scuola non è più un servizio educativo per i bambini ed i ragazzi (ammesso che lo sia mai stato), ma al contrario è un servizio sociale di accudimento di infanti ed adolescenti, per genitori che, dovendo lavorare entrambi, non sanno dove mettere i loro figli. I genitori che chiedono tempi scolastici sempre più prolungati (tempo pieno, anticipi, posticipi, rientri pomeridiani, mense scolastiche, ecc.) non lo chiedono per dare ai propri figli un’istruzione migliore e più approfondita; lo fanno solo perché non sanno dove mettere i figli mentre sono al lavoro.

La scolarizzazione di massa, inutile ai fini culturali individuali, distruttiva a livello sociale e dannosa a livello familiare è la diretta conseguenza della forzata necessità delle madri andare a lavorare. Piaccia o no, questa è la realtà.

Molti genitori non immaginano neppure la vita dei loro figli senza la scuola ed anzi credono ciecamente alla scuola, considerandola lo strumento imprescindibile per dare ai figli l’istruzione necessaria ed addirittura l’educazione.

Come è facile vedere, nel metodo scolastico in sé ci sono due limiti di fondo. Il primo limite è che, rimanendo i bambini e ragazzi a scuola tutto il giorno,  l’istruzione finisce di fatto con l’essere preponderante e con il prendere il posto anche dell’educazione. Il secondo limite della scuola consiste nella sproporzione del mezzo rispetto al fine: infatti, per istruire adeguatamente un bambino od un ragazzo non ci vogliono 5-8 ore sui banchi con l’aggiunta dei compiti a casa; al contrario, basterebbero 1-2 ore al giorno ben fatte, per garantire a chiunque, tramite un adeguato insegnamento, dei risultati culturali non buoni, ma addirittura eccellenti.

La scuola non è un male in sé e per sé considerata; lo diventa, però, quando assurge al rango di esperienza totalizzante nella vita dei bambini e degli adolescenti; lo diventa quando fornisce una istruzione omologata, omologante e spesso errata e quasi sempre insufficiente; lo diventa quando, per non scontentare nessuno, diventa un “contenitore asettico”, privo di identità, eticamente “neutro”, politicamente corretto ed indifferente alla religione.

Nella vita dei bambini e dei ragazzi di oggi tutto ruota attorno alla scuola: quando ci si imbatte in un bambino, la sola ed unica cosa che gli si chiede è “che classe fai?”; oppure “come vai a scuola?” … ed in base alla risposta viene formulata la valutazione generale sulla persona, per cui il bambino è “bravo” se va bene a scuola, cioè se ha dei voti alti. Che in ogni altro aspetto della vita sia poi un perfetto imbecille od una persona fondamentalmente cattiva, non importa nulla. A nessuno importa nulla di quello che il bambino conosce, sa ed ha appreso effettivamente, né di quello che sente e prova quando viene costretto a trascorrere le proprie giornate rinchiuso dentro ad una stanza con persone che potrebbero anche non essere di suo gusto (ed infatti quasi sempre è così, se è vero – come è vero – che in ogni classe si formano “gruppetti” di 4-5 amici, mentre il resto della classe viene cordialmente ignorato od odiato… anche se non lo si può dire, per ipocrita perbenismo). Vai bene a scuola? Tanto basta. Vai male a scuola? Ecco per te una bella patente da imbecille, che gli insegnanti risultano generalmente assai generosi nel concedere.

Sotto questo aspetto, oggi va male, un tempo andava forse peggio, quando delle mamme tanto patetiche quanto ignoranti si illudevano che la scuola fosse “buona” e la maestra “brava” quanto più bassi erano i voti dei discenti. Il degrado etico aumentava quanto più di saliva nella scala sociale della borghesia moderna: quanti genitori erano orgogliosi che il figlio frequentasse il prestigioso liceo classico cittadino, dove venivano promossi 4-5 studenti su di una classe di 20 alunni. Eppure la ragione, la logica ed il buon senso gridano il contrario. Se la stragrande maggioranza degli alunni di una classe non arriva alla sufficienza, ciò può significare due cose: o l’insegnante pretende cose sproporzionate a ciò che un alunno normodotato è in grado di dare; oppure è l’insegnante stesso ad essere incapace di valutare i propri allievi. Nel primo caso, le cose vanno male perché l’insegnante è umanamente un cretino; nel secondo vanno peggio perché non sa fare il proprio mestiere; in entrambi i casi, comunque, un insegnante così va licenziato in tronco.

Modalità didattiche

Questo è l’aspetto qualificante, quello più importante dell’istruzione domestica.

La scuola serve a fornire istruzione ai ragazzi, cioè un insegnamento su varie discipline, ciascuna dotata di contenuti propri. Ovviamente a scuola è necessario seguire un metodo di insegnamento standardizzato, uguale per tutti, omologato ed omologante. Inutile dire che siffatto metodo può essere adatto per alcuni degli allievi e magari può essere completamente inadeguato alla maggior parte degli studenti di una determinata classe.

Nell’insegnamento domestico questo problema non c’è, perché il metodo di insegnamento tiene naturalmente conto delle capacità e delle attitudini del figlio-bambino-allievo ed è proprio lui – e non la classe o la struttura scolastica – ad essere al centro dell’insegnamento.

È scontato che l’insegnamento con un rapporto individualizzato uno ad uno sia necessariamente molto più proficuo e fruttuoso che l’insegnamento collettivo.

Educare è un verbo che deriva dal latino “e-duco”, che letteralmente significa “condurre fuori”: educare vuol dire sapere far venire fuori dall’allievo quanto di buono ha già dentro di sé. Forse, educare più che una scienza è un’arte. Infatti, come insegnava il grande san Tommaso d’Aquino riflettendo su questa illuminante etimologia, la scuola veramente buona non è quella dove ci sono bravi maestri, ma semmai quella dove ci sono bravi allievi, dai quali si possa cavare fuori molto di buono.

Contenuto dell’insegnamento

L’odierna società occidentale è di fatto una società cosiddetta “pluralista”, dove con ciò non si intende soltanto affermare che in essa convivono persone che professano religioni e filosofie diverse, con altrettanto diverse idee e modi di concepire e di affrontare la vita: circostanza che, in sé e per sé, costituisce un mero dato di fatto.

Con “pluralismo” oggi si intende molto di più e molto di peggio, perché si sottintende il concetto che non esista una Verità unica e oggettiva (relativismo) e che se anche esistesse non sarebbe comunque accessibile alla ragione umana (agnosticismo). Tolta di mezzo la Verità, restano solo le opinioni, le quali – si sa – sono come la camicia che ciascuno di noi indossa la mattina: ciascuno ne ha una propria e non ce n’è praticamente nessuna che sia completamente uguale a quella dell’altro. In questo contesto, come evidenzia la sociologia contemporanea, si può perfino mettere in dubbio che quella in cui viviamo possa ancora essere definita come una “società”, perché questa presupporrebbe un minimo di sentire comune, di principi condivisi, che di fatto non esistono più da molto tempo, senza dubbio dal nefasto ’68 in poi e forse da molto prima.

In questo contesto letteralmente “a-sociale” (cioè di mancanza di una vera e propria “società”) la scuola è lo specchio di ciò che si trova al di fuori di essa. Pertanto oggi la scuola è diventata un contenitore asettico, eticamente neutro, politicamente corretto ed indifferentista sotto il profilo religioso. Tutte le idee, anche le più stravaganti, imbecilli o palesemente errate devono essere rispettate, fossero anche – come spesso in effetti sono – delle colossali idiozie, prive di qualunque fondamento e di ogni ragionevolezza. E questo, solo perché c’è qualcuno che le professa, basandosi sull’assunto errato che tutte le idee debbano essere rispettate: concetto ignobile, deplorevole, errato e di una malvagità perversa ed inaudita.

L’errata idea secondo cui ogni idea merita rispetto a priori, per sé stessa considerata, è una delle tante aberranti storture nate dalle deviazioni filosofiche cartesiane. Cartesio, proclamando il suo cogito ergo sum, ha affermato che l’uomo è (quindi esiste come uomo) solo se e nella misura in cui pensa. Con ciò, ha elevato il pensiero in quanto tale (cioè a prescindere dal suo contenuto) alla dignità di criterio dirimente per distingue ciò che è (l’essere) da ciò che non è (il non essere). Per Cartesio l’idea coincide quindi con l’essere stesso della persona che la esprime: pertanto il rispetto dell’idea viene a coincidere con il rispetto della persona stessa, la quale si identifica con il proprio pensiero.

Siamo agli antipodi rispetto alla filosofia aristotelico-tomista dell’essere, per cui è l’essere che fonda la persona ed esistendo a priori consente il pensiero, il quale è una delle facoltà dell’anima immortale creata da Dio ed infusa in ogni essere umano al momento del concepimento.

In questa visione classica dell’essere, ciò che merita rispetto è dunque la persona umana, non le idee che questa professa, che possono essere giuste o sbagliate e solo nel primo caso meritano rispetto. Anzi, la persona stessa può, per colpe gravissime, perdere quel diritto al rispetto che le competerebbe per natura.

Da principi errati come quello del rispetto selvaggio ed aprioristico per ogni idea nascono poi vicende penose e deplorevoli come quella del Crocifisso nelle aule di scuola, sulle quali non mi dilungo in questa sede.

Una educazione ed anche una istruzione sono possibili solo se fondate su contenuti chiari, precisi, ben determinati, che dicano con estrema lucidità e senza possibilità di compromessi o scorciatoie “questo è Vero e va creduto; questo è falso e va rigettato”. L’istruzione e l’educazione non possono in nessun modo essere fondate sulle opinioni e tanto meno sulla confusione intellettuale nascente dall’assurda pretesa di rispettare le opinioni – anche le più dementi – di chiunque. L’educazione e così pure l’istruzione non possono essere fondate sul dubbio, ma su certezze solide e granitiche come Gesù Cristo, sul quale si fondano la nostra cultura e la nostra civiltà.

Sotto questo profilo, l’istruzione familiare è quanto di meglio ci possa essere, perché sono i genitori a selezionare i contenuti specifici dell’insegnamento secondo l’impostazione che essi vogliono dare – ed hanno per diritto naturale il diritto di dare – ai propri figli.

Gli esempi possono essere tanti: io non insegnerò mai a mio figlio che l’uomo deriva dalla scimmia, semplicemente perché non è vero. Quando Darwin propose questa “teoria” (il nome è indicativo), non conosceva né la biologia molecolare né la catena del dna, per cui l’uomo e la scimmia hanno un diverso numero di cromosomi, cosicché non si potrebbero fra loro accoppiare e riprodurre: e questo dimostra palesemente e con prove scientifico-sperimentali come tutto l’impianto evoluzionista sia niente meno che una immane e colossale idiozia inventata ad arte in ambiente massonico-protestante per tentare – senza riuscirvi – di scardinare il dogma cattolico creazionista. Le pubblicazioni scientifiche che dimostrano tutto questo sono numerose, per cui via via che i figli cresceranno ed affronteranno studi sempre più approfonditi, sarà possibile fornire loro il necessario supporto scientifico.

Altro esempio: io non insegnerò mai ai miei figli che per secoli i pretacci cattivi mandavano sul rogo la gente buona che voleva pensare liberamente solo perché rifiutava di essere cattolica. Non lo farò perché storicamente falso. Non sto dicendo che sia una visione imprecisa o faziosa, sto dicendo di più: tutto quello che nelle scuole viene scritto sulla “Inquisizione” è totalmente falso, errato ed inventato di sana pianta. Oggi sono disponibili gli studi di storici autorevolissimi, spesso non cattolici, che dimostrano tale falsità, per cui i miei figli non avranno difficoltà ad avere un supporto storiografico a quanto loro insegnato.

Proseguendo: io non insegnerò mai ai miei figli che la rivoluzione francese sia stata qualcosa di buono; al contrario essa rappresenta il punto peggiore, più ignobile e più basso della storia dell’umanità, la cui diretta conseguenza, sia sul piano filosofico che operativo sono state le catastrofi dell’era contemporanea: il comunismo ed i nazional-socialismo in primis.

Tutto questo, nella scuola – specie se pubblica, ma quasi sempre anche in quella cattolica – non è possibile farlo. Nella scuola pubblica lo stereotipo classico dell’insegnante è quello di un vetero-comunista che non si è ancora reso conto che il muro di Berlino – e con esso l’ideologia che lo aveva eretto – è crollato per sempre. Nella scuola privata cattolica lo stereotipo dell’insegnante è quello di una ragazzina inesperta alle prime armi, che ha trovato lavoro in parrocchia ed attende con ansia di vincere un concorso per entrare nella scuola pubblica, onde fruire di maggiori tutele, di maggiore stabilità occupazionale, di un maggiore stipendio … il tutto a fronte di un minore carico di lavoro. A questo si aggiunge il desiderio delle scuole private cattoliche di non essere ghettizzate rispetto a quelle statali, per cui finiscono quasi sempre con l’adottare – senza la minima selezione critica dei contenuti – gli stessi libri testo in adozione presso la scuola statale. Il risultato è un insegnamento del tutto secolarizzato, quando non addirittura anticlericale, del tutto omologo a quello della scuola pubblica.

Questi sono i motivi principali per cui farò di tutto per evitare che i mie figli vadano a scuola.

45 commenti:

  1. non ho parole grazie!
    hai espresso il mio sentire !!!!

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  2. Salve,
    sono la mamma di una bimba di un anno e mezzo.
    Da prima che nascesse, mi sto informando sul mondo dell'educazione parentale ed in particolare sull'unschoooling.
    Ho trovato molto interessante il suo blog ed in particolare questo post: riassume con critiche pungenti e rimandi storici quello che è un pensiero comune a chi decide di intraprendere questa strada.
    Le chiedo però un chiarimento, per meglio capire l'esperienza di una famiglia che è già su questo percorso e per dare il via ad un confronto costruttivo, che personalmente trovo sempre utile.
    Alla fine del post, lei conclude indicando cosa NON insegnerà, rifacendomi alle frasi "io non insegnerò mai ai miei figli che...", ma non approfondisce ulteriormente cosa insegnerà, in merito a quei tre concetti (Teoria Evoluzionistica, Rivoluzione Francese e Inquisizione).
    Mi auguro di non sembrare eccessivamente critica e, se così fosse, me ne scuso; non è assolutamente la mia intenzione.
    In attesa di una sua risposta, le auguro un bon proseguimento di giornata e di progetti.

    Alessia Valmorbida

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    1. Gentile Alessia Valmorbida,
      anzitutto la saluto e le do il benvenuto sul nostro piccolo blog familiare.
      Inoltre, la ringrazio perché, tramite la sua richiesta, mi offre l’opportunità di approfondire “in positivo” e non solo “in negativo” il contenuto specifico di che cosa intendo insegnare (e già sto insegnando) ai miei figli.
      Gli esempi potrebbero essere molti; io, però, mi limiterò ad alcuni, per non appesantire il discorso; ed, anzi, mi limiterò a considerare gli esempi che lei stessa ha fatto.
      Evoluzionismo
      La realtà che, oggi come ieri, nessuno scienziato vuole ammettere è che l’origine della vita e l’eterogenea evoluzione delle forme viventi restano un enigma insolubile per tutte le scienze sperimentali, nessuna esclusa: biologia, chimica (organica ed inorganica), fisica (tradizionale, relazionale e quantistica). Il problema dell’origine del cosmo fu il primo ad affacciarsi alla mente dei primi filosofi della storia (scuola di Mileto, in Calabria) e non ha mai trovato una risposta esaustiva al di fuori della filosofia. L’origine della vita resta un enigma: l’unica ipotesi – indimostrabile “sperimentalmente” ma non “scientificamente”, proprio come l’evoluzionismo – logicamente plausibile resta quella del creazionismo, sostenuta da tutti i pensatori classici, da tutti – ripeto e sottolineo tutti – gli scienziati di tutto – ripeto e sottolineo tutto – il mondo, almeno fino a Darwin, il quale elaborò la sua “teoria” basandosi sull’indagine di alcuni fossili ed ignorando la biologia molecolare, la mappatura del genoma del dna, la genetica cromosomica. Altri ed ancor più autorevoli scienziati hanno sostenuto e continuano a sostenere il creazionismo, che di recente ha trovato anche alcuni riscontri semi-sperimentali (a differenza dell’evoluzionismo) nei tentativi parzialmente riusciti di riprodurre il cosiddetto “bing-bang”, il quale riprende da vicino il biblico “Fiat lux”.
      Cosa insegnerò ai miei figli?
      1. Che il mondo l’ha creato dal nulla una mente superiore, razionale, eterna ed increata, che noi chiamiamo Dio, il quale governa il cosmo come mente e potenza ordinatrice. Questo non esclude affatto che, creata dal nulla la materia, questa si sia potuta evolvere da sé stessa per virtù delle proprie energie interne: questo per quanto riguarda il mondo inorganico e quindi inanimato; cosa invece impossibile per il mondo animato, perché da materia inerte non è possibile passare a materia viva (neppure oggi, in laboratorio e con mezzi potentissimi, si è riuscita a ricreare la vita);
      2. che ci sono alcuni che si auto-proclamano “scienziati”, i quali – in epoche recenti e senza prove sperimentali – sostengono che il mondo sia frutto di una “evoluzione”, della quale tuttavia non riescono essi stessi a spiegare l’origine, dacché nessuno scienziato serio potrebbe credere alla fandonia del “brodo primordiale”, una specie di zuppa uscita dalla pentola non si sa di chi. Questo rende scientificamente insostenibile e privo di fondamento l’evoluzionismo integrale, cioè quello che esclude a priori l’intervento creatore dal nulla di una mente razionale.

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    2. Quindi il tuo unico libro di testo é l'antico testamento! Complimenti questo si che preparerà i tuoi figli al mondo

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    3. Ognuno è libero di fare ciò che meglio crede. Premesso questo, leggere certi vaneggiamenti da cattolici fanatici, mi ha lasciata di stucco. La scuola non è quella che ha descritto. È fatta di persone che lavorano, che mettono cuore e anima in ciò che fanno. I bambini si confrontano con il mondo esterno che certamente non è la bolla sicura del proprio nido. Questo può essere frustrante, a volte avvilente per un bambino, è vero. Ma questo muovere i primi passi da soli, il trovare le strategie per cavarsela nel mondo fuori dalla porta di casa è così drammatico e traumatizzante? Il dover condividere gli spazi anche con chi non piace è davvero così terribile? Rispettare delle regole comuni è così insensato? Prima o poi questi bambini si troveranno a fare i conti con una realtà che sarà molto diversa da quella comoda, sicura e protetta della famiglia. La domanda è saranno capaci di affrontare le frustrazioni, di resistere ai colpi che la vita riserva sempre prima o poi? Sono perplessa. Firmato una mamma, insegnante di sostegno di scuola statale, amante del proprio lavoro nonostante tutto, apolitica e atea.

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    4. Buonasera.
      Questo post fu scritto da mio marito, purtroppo tragicamente scomparso ormai tre anni fa.
      Rispetto il suo punto di vista (anch'io sono insegnante in una scuola pubblica), ma non mi sento di controbattere il suo intervento, per rispetto nei confronti di chi in quello che ha scritto sopra credeva fermamente.
      Le assicuro, comunque, che i nostri figli non vivono affatto in una bolla, ma hanno continue e costruttive relazioni con i coetanei e con adulti, anche al di fuori della famiglia.
      Ed i problemi non si evitano di certo non andando a scuola. La nostra è una precisa scelta educativa, quella che riteniamo giusta per noi, ma ovviamente può essere condivisa o meno.

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    5. Mi spiace veramente per la vostra perdita e immagino che portare avanti la vostra scelta educativa possa essere difficile e anche faticoso pensando ad una mamma sola e con una grande famiglia come è la vostra.Sicuramente le motivazioni che vi hanno portato a scegliere l'home schooling saranno per voi valide e quindi non criticabili in sé. Il messaggio sopra l'ho scritto in maniera un po'impulsiva oggi dopo una giornataccia a scuola. Mi ha fatto male leggere le critiche ad una scuola che sì ha tanti difetti, ma che si impegna anche nel suo ruolo educativo, pur con le poche, pochissime, sempre meno, lo assicuro, risorse a disposizione. Noi insegnanti stiamo vivendo un momento storico in cui siamo denigrati da tutto e da tutti. Siamo quelli sempre in vacanza, siamo quelli che minano l'autostima dei bambini, siamo quelli che lavorano mezza giornata è il resto non si sa... Non so, io amo il mio lavoro, mi impegno per cercare di farlo al meglio. Lavoro con bambini in difficoltà e le assicuro che non è sempre facile. Non mi sono ritrovata nella descrizione della scuola e degli insegnanti e,
      lo confesso, mi sono sentita un pochino offesa. Sono capitata casualmente nel vostro blog cercando qualche idea per i miei lapbook e per curiosità ho letto le motivazioni che portano ad una scelta così singolare. Non condivido parecchie cose, ma le rispetto e mi scuso per essere stata forse aggressiva. Le faccio tanti auguri per una buona prosecuzione nel percorso che avete scelto. Da parte mia amo la scuola e farò il possibile per "redimerla" agli occhi di chi ne è stato così tanto deluso.

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    6. Certo, capisco le sue motivazioni. Mi spiace che si sia sentita offesa: ho pensato più volte se smorzare certi toni di questo post, ma ho deciso di non modificarlo, in memoria del padre dei miei figli.
      Le auguro di proseguire al meglio nel suo lavoro e nella vita.

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  3. Rivoluzione Francese
    Comincio col parlare di me stesso.
    La nostra è una antica famiglia nobile del Sacro Romano Impero prima e dello Stato Pontificio poi. Nel 1793, anno del terrore giacobino, il mio diretto antenato, in rappresentanza del senato di una provincia pontificia, si trovava ambasciatore plenipotenziario presso la legazione pontificia di Avignone, absente Pontifice. Era un uomo semplice, onesto; un uomo di campagna, come tanti piccoli nobili di provincia nostri simili. Non se ne seppe più nulla: fu massacrato nei tumulti che coinvolsero la curia avignonese. Sua moglie, qui in Italia, era incinta e se così non fosse stato, io ed i miei bambini non ci saremmo. Migliaia di persone furono uccise solo perché il loro sangue era nobile: bambini, donne, vecchi. Tutto questo in nome della “libertà, uguaglianza, fratellanza”. Migliaia di preti e vescovi – e la stessa Famiglia Reale – subirono i più atroci tormenti, ad imitazione di quel Signore Crocifisso in cui credevano e per il quale esercitavano come vicari le loro proprie funzioni, regali o religiose. Tutti dovevano essere liberi, tranne i nobili ed i preti, che venivano incarcerati. Tutti dovevano essere uguali, tranne i nobili ed i preti, che perdevano i loro diritti personali e patrimoniali. Tutti dovevano essere fratelli, tranne i nobili ed i preti scannati per strada o nelle loro case senza alcuna pietà.
    Così, però, le cose non funzionano. Ed infatti, dalla Rivoluzione Francese in poi sono nati, quali figliocci spurii, tutti i drammi e le catastrofi dell’era moderna. Il socialismo nasce con Voltaire ed è la mala radice dalla quale crebbero tutti i mali: il socialismo reale (comunismo); il nazional-socialismo (nazismo); la destra sociale del fascismo (Mussolini uscì dal PSI nel 1911 e lo stato di sua creazione fu la Repubblica Sociale Italiana).
    La realtà è esattamente l’opposto di quello che si studia a scuola.
    Cosa insegnerò ai miei figli?
    1. Che la Rivoluzione Francese rappresentò:
    • sul piano ideologico: la riscossa dell’illuminismo massonico contro la tradizionale società cristiana e monarchica trasmessaci dalla Christianitas medievale;
    • sul piano politico: il tentativo riuscito, da parte della borghesia affarista e massonica, di impadronirsi del potere, con la corruzione e la violenza, a discapito delle tradizionali forme di potere (clero, nobiltà, monarchia) di matrice semi-feudale;
    • sul piano storico: l’inizio delle catastrofi della modernità (il razzismo biologico lo ha inventato Voltaire; l’anti-giudaismo che accomunò comunismo e nazismo lo inventò Rousseau);
    • sul piano sociale: la fondazione di una società anticristiana, completamente secolarizzata e l’origine della moderna Europa delle due guerre mondiali e delle crisi finanziarie che impoveriscono i poveri arricchendo i ricchi (crisi del ’29 e crisi attuale, per citare solo le principali).
    2. Che non si possono costruire la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza, massacrando migliaia di persone solo per il loro credo religioso (preti) o per la loro estrazione dinastica (nobili).
    3. Che ciascuno deve migliorare sé stesso, ma non si può creare una “società nuova”, perché la storia non è come il tabellone di una gara sportiva, da azzerare ad ogni nuova partita.
    4. Che ogni volta che l’uomo ha voluto creare il Paradiso sulla terra ha finito con l’anticipare in essa l’inferno (ed i massacri rivoluzionari ne sono la riprova storica).
    5. Che quelli di libertà, uguaglianza e fratellanza sono concetti profondamente cristiani, usurpati per bassi fini dalla massoneria, lasciando sopravvivere il termine, ma associando ad esso un concetto completamente diverso. Uno dei drammi peggiori dell’epoca moderna e contemporanea è proprio questo: l’usare un lessico cristiano, cui vengono associati concetti anti-cristiani. Una nuova babele, dove i termini non esprimono più il loro reale significato.

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  4. Inquisizione
    È uno dei temi dove più profonda e diffusa è l’ignoranza storica, creata ad arte dalla propaganda anti-cattolica, alimentata ad arte da favolette letterarie di buona penna, ma prive di ogni contenuto storicamente apprezzabile, come il romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco e quell’immonda sozzeria del suo seguito cinematografico.
    La storia, però, quella vera, quella che riemerge dagli archivi, è un’altra cosa e dice esattamente il contrario di tutto quello che sta scritto nei testi scolastici.
    Mentre riguardo alla Rivoluzione Francese si tratta perlopiù di dare una esposizione completa dei fatti, fornendo loro una interpretazione coerente e corretta; nel caso dell’Inquisizione ci si trova dinanzi ad un vero e proprio falso storico, inventato ad arte dalla propaganda anti-cattolica. In altri termini: l’Inquisizione così come descritta nei libri di scuola (con il suo codazzo di torture, atrocità gratuite, fanatismo degli inquisitori, mancanza di difesa degli imputati, fiumi di sangue, condanne scritte a priori, ecc.) non è mai esistita. Anzi, non esistette mai “la” Inquisizione, ma esistettero diverse strutture giudiziarie, non tutte di matrice ecclesiastica, dette appunto “Inquisizione”, che si susseguirono nel corso dei secoli e nei vari paesi europei, per esigenze di tutela sociale contro fenomeni pericolosi per la società.

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  5. Cosa insegnerò ai miei figli?
    1. Che l’Inquisizione è un fenomeno estraneo alla civiltà medievale, che nasce sul finire del Medioevo, precisamente nei primi anni del 1200, ad opera dei due Concili Lateranensi, dietro richiesta – dapprima fortemente avversata e quindi rifiutata – dei sovrani francesi, che si trovavano a gestire l’emergenza dei delinquenti catari (o “albigesi”): un gruppo di fanatici che praticavano rituali sanguinari che coinvolgevano donne, bambini, religiosi e che praticavano la disgregazione della famiglia fondata sul matrimonio, rifiutavano di pagare le pochissime tasse esistenti e di riconoscere l’autorità dei principi e della magistratura ordinaria. Dove passavano distruggevano ogni cosa: villaggi, città; saccheggiavano chiese e conventi. A questa emergenza la risposta fu l’Inquisizione vescovile di Francia, che presto si diffuse, con grande consenso popolare, in tutta Europa

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  6. 2. Che l’Inquisizione storicamente si divide in tre grandi famiglie:
    • inquisizione vescovile: nata in Francia e diffusasi in Europa;
    • inquisizione romana: sviluppatasi dopo la “riforma” luterana e facente capo al Sant’Uffizio, con lo scopo prevalente di censurare gli scritti dogmaticamente errati, per evitare che si diffondessero nelle università e scuole cattoliche, specie all’indomani dell’introduzione della stampa;
    • inquisizione spagnola: fenomeno nato alla fine del ‘300 e completamente gestito dalla corona spagnola, in assoluta autonomia dalla Chiesa. Fu attiva soprattutto nel combattere i “marranos”, ebrei che s facevano battezzare e fingevano di convertirsi al cattolicesimo, al solo scopo di continuare a praticare in segreto e sotto copertura l’usura (vietata ai cattolici) e di tramare congiure ai danni della Corona iberica (in 200 anni furono scovate oltre 50 congiure per assassinare dei membri della Casa Reale).
    3. Che l’Inquisizione – tribunale religioso cattolico sulle questioni di Fede – aveva competenza solo sui cattolici, non sugli ebrei, non sui saraceni, non su tutti i non cattolici.
    4. Che l’Inquisizione fu il primo tribunale organizzato in senso moderno; infatti:
    • è l’unico tribunale al mondo dell’epoca pre-moderna del quale conserviamo tutti gli atti processuali. Tutto si svolgeva alla presenza di almeno 5 testimoni, 3 dei quali scelti dall’imputato; ogni seduta era verbalizzata dal notarius, che verbalizzava tutto quello che accadeva nel processo;
    • l’inquisizione inventò la “giuria popolare” formata di laici, che giudicavano in numero di 20-30 giurati circa l’innocenza o la colpevolezza;
    • lo stesso nome “Inquisizione” ha dato origine al moderno vocabolario processuale, dove “inquirente” è il pubblico ministero che gestisce la pubblica accusa;
    • la tortura, istituto mutuato dal diritto romano tardo-imperiale – a differenza di quanto accadeva nei coevi tribunali dei re e dei feudatari laici – era rigorosamente disciplinata: poteva durare al massimo 30 minuti; era inflitta alla presenza di almeno 3 testimoni laici estranei al processo; poteva essere usata solo ed esclusivamente nel caso in cui l’imputato si fosse contraddetto, mostrando quindi di avere palesemente mentito; le confessioni ottenute sotto tortura erano invalide ed inutilizzabili se non erano ripetute e confermate dopo 8 giorni in sede di processo; la tortura poteva essere applicata una sola volta; erano esclusi dalla tortura gli ecclesiastici, i militari, i nobili, le donne, gli ultra sessantenni, i bambini fino a 14 anni compiuti, gli ammalati di qualunque malattia (bastava un raffreddore, dicono con sdegno gli inquisitori italiani, sentendosi menati il naso) i famigli dei vescovi, degli abati, dei feudatari imperiali, della corte pontificia e dei capitoli cattedrali…insomma l’80-85% della popolazione;
    • le regole processuali erano rigorosissime e venivano puntualmente rispettate, come emerge dai verbali processuali.
    5. Che l’Inquisizione fu assai mite sia nel condannare che nell’infliggere le pene: dallo spoglio degli atti processuali emerge come l’87% dei processi si concludesse con una assoluzione; il 9% con l’inflizione di gravissime pene spirituali (ad esempio: recita quotidiana di ben 10 “Pater, Ave, Gloria”!); in oltre 500 anni di onorata attività, in tutta Europa si contano non più di 1500 condanne a morte: la media è di un morto e mezzo l’anno per ciascun paese europeo.
    6. Che l’Inquisizione cattolica – a differenza dei tribunali luterani e calvinisti – non si occupò mai di “caccia alle streghe”: pochissimi furono i processi a sedicenti streghe, la maggior parte delle quali furono assolte “per non esser chiara l’origine delle allucinazioni cui costoro sono soggette”; e pochissime condannate per avere ammesso di avere praticato culti satanisti in combutta con alcuni fuoriusciti dal luteranesimo nascente. Riguardo alle allucinazioni, recenti studi hanno dimostrato essere frutto della massiccia assunzione di oppiacei importati dalle Americhe recentemente scoperte.

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  7. Mi complimento per la dovizia di particolari, che denota una passione naturale per la storia. Passione che non mi ha mai preso moltissimo, ma che ho cercato di coltivare per avere ugualmente delle basi che mi permettessero di analizzare le vicende presenti.
    La sua analisi è stata molto interessante ed istruttiva e mi ha dato ottimi spunti di riflessione e di approfondimento, ma non avendo fatto ricerche in proposito la valuto come fossero "articolate opinioni da prendere in esame". Non me ne voglia.
    Personalmente, lasciando da parte le opinioni e le verità, non mi trova d'accordo sul concetto focale di questo discorso.
    Non credo che i genitori debbano decidere quale punto di vista insegnare ai figli: in questo modo non sarebbero diversi da chi ha scritto un libro di storia con informazioni sommarie e spesso storicamente inesatte.
    Vedo i figli come frecce e mi immedesimo nell'arciere, come in un brano di Kahlil Gibran ne "Il Profeta".
    <>
    Seguendo questo pensiero non ho intenzione di indirizzare mia figlia verso un'interpretazione o un'altra, ma è mia intenzione darle le carte per far sì che si faccia una sua idea del mondo.
    Usando l'esempio della religione, non l'abbiamo battezzata, aspettando che faccia lei la scelta: la religione è un discorso così personale che non me la sento di "veicolare" la sua anima, per quanto io sia fortemente credente e praticante.
    Finora (eh, si parlo di meno di due anni) non ho potuto avere un riscontro del mio approccio, quindi chiedo nuovamente a lei che ha già più esperienza di me nel campo dell'istruzione e della cultura dei figli.
    Il vostro approccio gli permette di sviluppare un punto di vista critico ed analitico delle cose? E' già capitato, ad esempio, che si imbattessero in un confronto sugli argomenti storici da lei approfonditi nei commenti precedenti? (Non ho ben capito quanti anni hanno i suoi figli)
    Auspicando in una proficua continuazione di questo scambio, vi auguro una splendida serata.

    Alessia

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  8. Personalmente non condivido il suo pensiero.
    Il problema non è insegnare ai figli ad avere delle "opinioni" proprie, perché quelle verranno certamente con la crescita; il problema vero, semmai, è quello di insegnare ai figli la Verità, quella che non muta e non è opinabile, specie nell'ambito religioso. Ed un genitore ha il dovere morale di insegnare ai propri figli ciò ritiene fermamente essere vero.
    Del resto, chi non ha alle proprie spalle un bagaglio ereditato dal passato, non ha neppure un cammino su cui basare il futuro. Chi non ha un passato non ha un futuro.
    Lei ha detto di mantenere una posizione anabattista verso sua figlia. Ebbene provi a pensare a questo semplice esempio. Lei sceglie di non insegnare a sua figlia nessuna lingua, perché - dice lei - in un mondo globalizzato sarà mia figlia, una volta cresciuta, a scegliere la propria lingua sentendosi cittadina del mondo. Ora, le chiedo: a 5-6 anni chi sarà meglio attrezzato culturalmente, i coetanei di sua figlia, che almeno conoscono l'italiano, oppure sua figlia che non conosce nessuna lingua? Il punto è proprio questo: bisogna necessariamente partire da un punto di vista, per valutare se sia meglio il proprio o quello altrui. Il vuoto crea il nulla ed il nulla crea il nulla.
    Detto questo, la mia figlia più grande ha 6 anni e mezzo, per cui grandi incontri-scontri con i familiari o con i coetanei non ci sono ancora stati. Mostra, però, un senso critico fuori dall'ordinario, a riprova che avere delle idee chiare giova, sempre e comunque. Tutto ciò, ovviamente, non esclude - ma anzi, lo presuppone - il rispetto verso chi ha identità etniche o culturali diverse; ed infatti tutti i miei figli, educati a credere che l'Islam sia una falsa religione, sono sempre i più gentili con i bambini extra-comunitari musulmani e spesso, al parco o altrove, sono gli unici che giocano con loro e "se li filano", a differenza dei bambini cresciuti a "bandiere della pace" e "marce della solidarietà". Il vero rispetto presuppone una identità forte.

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  9. Faccio un piccolo appunto. Nel mio precedente commento, per errore di battitura, non risulta la frase di Kahlil Gibran a cui mi riferivo. Giusto per completezza della comunicazione.
    Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,
    Perché essi hanno i propri pensieri.

    Tornando alla sua risposta.
    Noto con piacere che tranne qualche concetto diametralmente opposto, i dogmi delle nostre due religioni lavorano con lo stesso fine.
    Come lei, anche a me sembra di avere in mano la Verità, ma nonostante siano due Verità diverse il risultato ultimo sembra essere concorde. E' una considerazione piacevole, perchè dimostra quanto questo mondo abbia bisogno di punti di vista così diversi per poter dar vita ad un miglioramento.
    Mi spiego meglio. A mia figlia verrà insegnato tutto sulle sue radici, partendo dalla lingua (il dialetto calabrese), passando per le credenze (inizialmente antico paganesimo, poi cristianesimo), le genti che l'hanno preceduta e la loro storia.
    Questo però non deciderà in automatico quale religione o quale lingua (per rifarmi al suo esempio) mia figlia parlerà, ma le darà le basi per potersi confrontare con le altre culture. La stessa scelta, senza coercizioni o giri di parole, che fecero a loro tempo le popolazioni italiche.
    Dunque mi rallegra notare come le nuove generazioni, se correttamente seguite, mostrano di essere naturalmente più elevati di noi. Esattamente come afferma lei "il vuoto crea il nulla ed il nulla crea il nulla", mentre se nel nulla si iniziano ad inserire delle nozioni, queste ne chiameranno automaticamente altre e riempiranno il vuoto, come fa un buco nero con la materia. :)
    E questa è una delle motivazioni che mi sta spingendo sempre più verso l'unschooling: poter formare un individuo che conosca le differenze e sia spinto a colmarle per migliorare il mondo, esattamente come dimostrano di fare i suoi figli nei confronti degli altri bambini.
    Grazie infinite per questo libero scambio. Mi ha chiarito molti dubbi.
    Vi auguro di trarre sempre nuovi incipit dal vostro progetto.

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  10. Grazie e tanti auguri a lei ed alla sua famiglia.

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  11. Carissimi,
    ho letto con interesse e piacere la vostra esperienza e le vostre idee di homeschooling.
    Mi presento: sono una mamma di un bimbo di 2 anni e mezzo e sono in attesa del secondo figlio. Da qualche tempo continuo a pensare all'homeschooling principalmente per due motivi:
    - di lavoro sono insegnante di religione nelle scuole superiori. Da quando ho iniziato a lavorare ho visto come (non) funziona la scuola "da dentro" ed ora che sono mamma sto male all'idea di mandare mio figlio alla scuola dell'obbligo, costringendolo a recepire insegnamenti frammentati e distorti e a subire la poca voglia di lavorare e l'incompetenza del dipendente pubblico medio.
    - siamo cattolici e spesso mi chiedo dove, nella scuola italiana, ci sia ancora spazio per il cristianesimo, per la Verità, come giustamente dici tu.
    Ora però iniziano i miei dubbi, personali, che sono tanti:
    - ho poca pazienza. davvero poca. L'anno scorso sono stata a casa dal lavoro per stare con mio figlio a tempo pieno, ed è stato un anno difficile. Molto difficile...
    - ho poca fantasia, o forse anche in questo caso è sempre la pazienza a mancare. Dallo scorso settembre ho ricominciato a lavorare e per questo il mio bimbo frequenta l'asilo nido. Ho visto che non appena ha iniziato l'asilo è cresciuto notevolmente, nel linguaggio, nella socializzazione, nella comunicazione, nelle competenze. Segnale chiaro che io non sono stata in grado di dargli tutti gli stimoli che gli danno all'asilo. Inoltre vedo i lavoretti che fa, e mi chiedo se sarei mai in grado di avere tanta fantasia e tanta (e rieccoci al punto di partenza) ..pazienza.....
    - a luglio nascerà "numerodue", come potrò gestire un'eventuale idea di homeschooling con il piccino neonato???
    - mio marito lavora tutto il giorno, se ne va di casa alle 8 di mattina e torna alle 7 di sera. In questo progetto sarei completamente sola... (senza contare che, pur non avendone ancora mai parlato con lui, so già che sarebbe totalmente contrario all'idea...)
    Vi faccio di seguito alcune domande su alcune idee che ho avuto, giusto per chiarirmi le idee.
    - voi che ne pensate dell'homeschooling part-time?
    Pensavo cioè che potrei mandare mio figlio alla scuola dell'infanzia(che sinceramente non mi spaventa assolutamente come l'idea delle elementari) e integrare al pomeriggio. In questo modo potrei iniziare a sviluppare un po' di fantasia, un po' di pazienza in più, per poi valutare alla fine della scuola dell'infanzia se me la sento e se sono in grado di procedere con l'homeschooling vera e propria.
    - non esiste la possibilità di unirsi tra più famiglie per l'homeschooling? In questo modo potrei condividere il peso della responsabilità e ricevere un aiuto in termini di fantasia e pazienza! In questo caso voi come mi consigliereste di procedere?
    Vi ringrazio tanto.
    Rossana

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    1. Beh, la scuola non funziona da dentro inanzitutto perché lo stato paga insegnanti di di religione non selezionati da lui...

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  12. Ciao, Rossana, e benvenuta nel nostro blog!
    Siamo contenti di sapere che il nostro punto di vista è condiviso da qualcuno, soprattutto per quanto riguarda i valori di fede e morale.
    Quanto all’esperienza “pratica” dell’home-schooling, che dire? L’organizzazione della giornata e, soprattutto, del “tempo lungo” è, a nostro avviso, determinante.
    Il tuo bimbo primogenito è ancora piccolo. Quindi, le routines, anche “didattiche”, sono ancora ben strutturabili, anche prima dell’arrivo del fratellino.
    Noi, ad esempio, la mattina svegliamo i bambini verso le 8,00. Poi si fa colazione, ci si veste, si dicono le preghiere e “si fa attività”. Ognuno secondo programmi e capacità differenziate. Ma, spesso, secondo un filo comune, quale possono essere, per un bimbo piccolo, l’alternanza delle stagioni, i cinque sensi, gli animali (della fattoria, della foresta, marini, ecc.), gli ambienti, gli elementi della natura, ecc.
    Poi, assolutamente, gioco libero, magari all’aria aperta e, quasi tutti i giorni, un’uscita. Per una semplice passeggiata che, il più delle volte, si trasforma – comunque – in un momento di esplorazione ed apprendimento.
    Con un neonato le cose, indubbiamente, si complicano un pochino. Ma basta imparare a sfruttare i naturali ritmi del bambino per riuscire a seguire bene entrambi.
    Spesso, noi “facciamo scuola” ai più grandi tenendo Tommaso in braccio, magari anche allattandolo.
    Quanto al discorso “fantasia”, invece, ti consiglio di seguire principalmente i naturali interessi dei tuoi figli: soprattutto quando i bambini sono piccoli, non c’è bisogno di seguire alcun programma ministeriale. Ma la curiosità spontanea dei bambini porta, quasi sempre, verso la scoperta della natura nei suoi diversi aspetti, magari partendo da un piccolissimo spunto, da approfondire via via.
    Anche in Internet ci sono, inoltre, molti siti, forum e blog da cui poter prendere spunto.
    Sull’home-schooling part-time e l’aggregazione di più famiglie, non abbiamo consigli diretti da darti. Ma sono – entrambe – realtà vissute e praticate da un buon numero di famiglie, spesso scelte per motivi organizzativi, lavorativi ed economici, oltre che “teorici”. Anche dalle nostre parti, qui nel nord Italia, ci sono piccoli gruppi di famiglie che si sono organizzate per creare fra di loro delle piccole o piccolissime scuole domestiche. In sostanza, si tratta di famiglie che gestiscono insieme l’educazione e l’istruzione dei propri figli, facendo tutto da loro: dalle lezioni, alle gite, senza ricorrere ad insegnanti esterni.
    La pazienza, in ogni caso, occorre copiosa. Ed è, insieme al pieno accordo tra i genitori ed alla voglia di stare con i propri figli in qualità e responsabilità, il punto di partenza di tutto.

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  13. Su questo punto mi permetto di spendere una parola anche io. L’home-schooling è, più che un’esperienza didattica, uno stile di vita, il quale finisce necessariamente per coinvolgere tutta la famiglia. Per questo è fondamentale che ci sia il pieno accordo di tutti i componenti il gruppo familiare, in particolar modo dei genitori. Faccio un piccolissimo esempio: moltissime “lezioni” di catechismo alla nostra bimba più grande (Margherita, che il prossimo 20 maggio farà la Prima Comunione) noi le abbiamo fatte a tavola, durante il pranzo o la cena. Tutto partiva quasi sempre da una domanda della bimba e di lì si sviluppava un discorso “teologico” durante il quale la bimba apprendeva una o più definizioni o nozioni della dottrina cattolica. Un caso pratico, stavolta riguardante la filosofia, più che la dottrina cattolica. Domenica scorsa, mentre eravamo a tavola a pranzo tutti insieme con anche i nonni, davanti ad un bel piatto di tagliatelle al ragù Margherita, conversando di argomenti vari, ha intuito ed illustrato il concetto filosofico aristotelico-tomistico di “vita=movimento”: di lì è partita una interessantissima “lezione” durante la quale Margherita ha sviluppato il concetto di vita come proprietà dell’anima, la quale a sua volta può essere vegetativa, sensitiva o razionale (nel frattempo, dopo le tagliatelle, era arrivato il secondo piatto). Per scendere a cose molto più banali: Margherita ha imparato le tabelline contando le fila della frutta nelle cassette sul banchetto del mercato, che qui da noi si svolge il giovedì mattina. Scendeva dal suo biciclino e…via! Una dopo l’altra ora ha appreso tutte le tabelline fino a quella del 12. E tutto senza sforzo, senza fatica, senza forzature o costrizioni, senza campanelle che suonano e senza interrogazioni/interrogatori alla lavagna in perfetto stile giudiziario. Così facendo ha compreso un concetto fondamentale: che la matematica non è un mero esercizio astratto, teorico, privo di funzionalità, ma serve nella vita di tutti i giorni per un’infinità di cose piccole e grandi. Mariangela, la sorellina più piccola, sta piano piano (ha 4 anni) imparando a leggere decifrando le etichette delle bottiglie di vino che vede in tavola a pranzo e cena. E gli esempi potrebbero moltiplicarsi quasi all’infinito.

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  14. Salve, ho cominciato in questi giorni a tenere a casa uno dei miei figli dopo l'ennesima sfuriata con l'ex-maestra (adesso l'ho ritirato alla scuola pubblica che frequentava). Mi chiedevo se secondo voi continuare ad usare i libri di testo della scuola fosse positivo, a me tutte quelle pagine con i puntini e le tabelle da riempire non mi hanno mai convinto!
    Elisabetta

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    Risposte
    1. Ciao Elisabetta.
      Anzitutto benvenuta ufficialmente tra gli homeschooler italiani.
      Il fatto di istruire un proprio figli a casa offre molti vantaggi, fra i quali c'è anche quello di non essere costretti a scegliere necessariamente un determinato libro di testo.
      Noi, infatti, abbiamo acquistato due diversi sussidiari, nessuno dei quali ci convince appieno; poi integriamo il tutto con alcuni nostri vecchi sussidiari di una volta, risorse scaricate da internet, testi creati da noi, ecc...in una parola: libertà.
      Anche a noi non piace l'approccio tutto schede precompilate e fotocopie comune a tutti gli attuali sussidiari e ci piace ancor meno il fatto che per ogni argomento vengano proposte svariate schede, ciascuna con una propria impostazione e l'una differente dall'altra. Tutto ciò genera infatti confusione nella mente del bambino, il quale per imparare ha bisogno - specie nella fase iniziale dell'apprendimento - di poter contare su degli schemi fissi e delle modalità precise di svolgimento.
      Detto questo, io ti consiglierei di non scartare del tutto il sussidiario in uso presso la scuola, ma di affiancarlo ed integrarlo con altre fonti.
      In bocca al lupo!

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  15. Salve! Sono Chiara, una ragazza di 23 anni, studio all'università, non sono sposata e nemmeno mamma. Ho, però, la fortuna di avere accanto a me il mio grande Amore, il mio compagno di vita con il quale ho intenzione di sposarmi non appena le condizioni ce lo permetteranno: insieme condividiamo lo stesso progetto di Vita, ossia quello della Famiglia fondata sul Matrimonio e sui valori tradizionali Cattolici, e anche l'idea di istruire i nostri figli a casa, se le condizioni ce lo permetteranno. A volte mi piace informarmi qua e là sull'argomento, che mi affascina molto, e così mi sono imbattuta nel vostro blog, dove sono rimasta piacevolmente sorpresa sul vostro modo di vivere la Famiglia, di educare e istruire i vostri figli, e non posso che farvi i miei più sinceri complimenti. Da quello che scrivete traspare tanto Amore ma anche tanta consapevolezza, e sono convinta che questa "solidità" si ripercuote in modo estremamente positivo sui vostri figli.
    Vi faccio i miei migliori auguri per tutto, e Buona Domenica!
    Chiara

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    1. Cara Chiara,
      grazie tantissime per la tua testimonianza di sostegno al nostro difficile progetto di vita.
      "Difficile", dico, perché nella società odierna tutto rema contro e la scelta di avere molti figli e per giunta di educarli completamente in casa è vista nella migliore delle ipotesi come una insolita "stravaganza", nella peggiore delle ipotesi come una "pazzia" foriera di danni per i bambini, i quali, così facendo "non socializzano" (nulla di più falso).
      Persone giovani, consapevoli e motivate come te sono per noi un sostegno morale importante ed è per questo che di cuore ti ringrazio e ti auguro una vita lunga, serena e felice, nella quale portare a compimento, assieme al tuo compagno e futuro marito, i tuoi/vostri ottimi progetti di vita.
      Tutto questo, con l'augurio di ogni bene e di ogni benedizione celeste.

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    2. Posso immaginare quello che provate, perché quando mi trovo a parlare con qualcuno dei miei progetti mi viene sempre risposto "Sei pazza?", oppure "Vuoi far crescere dei bambini isolati dal mondo?".
      Peccato che io ricordo i miei anni a scuola, soprattutto le elementari, come molto difficili e per nulla allegri, e alla fine, paradossalmente, mi trovavo a socializzare davvero poco: la mattina ero a scuola e al di là della ricreazione non potevo condividere molto con i compagni, nel pomeriggio invece dovevo fare i compiti a casa. Questa sarebbe la socializzazione? Trovo molto più sensato permettere ai bambini di interagire autonomamente con le persone con le quali trovano maggiori affinità (al parco, in cortile, nei centri sportivi...), senza dimenticare l'educazione verso TUTTI.
      Troppe volte mi sono trovata di fronte a insegnanti stanchi, svogliati, i quali quando raccontavo del mio compagno che mi aveva dato un pugno, rispondevano tranquillamente "Risolviti la cosa da sola", e non sono un caso isolato, tutte le persone che conosco hanno avuto esperienze del genere. E' la filosofia dell'"occhio per occhio, dente per dente" quella che voglio insegnare ai miei figli? Assolutamente no, e non permetterò che qualcuno lo faccia al posto mio.
      Per non parlare dell'esperienza del mio fidanzato, che si è ritrovato con compagni e maestre che parlottavano sempre del fatto che i suoi genitori erano separati, lo prendevano in giro, come se lui fosse il responsabile invece che la vittima di quella difficile situazione. Lui per primo sostiene, quindi, che la scuola abbia reso ancora più dura la sofferenza per la disgregazione della sua famiglia.
      Chiedo scusa se ho utilizzato questo spazio per raccontare un po' di me, ma ci tenevo a dire la mia sul discorso della scuola come luogo di socializzazione, quando invece mi sono trovata a viverla come luogo di maleducazione, frustrazione, e svalorizzazione delle mie qualità.
      Sono convinta che già stiate raccogliendo i frutti di questo bellissimo percorso, e che i vostri figli diventeranno delle persone ricchissime di cultura, educazione e sensibilità. E' un percorso impegnativo? Sicuramente sì, ma perché dovrebbe essere un difetto? Purtroppo in questa società del "facile è bello" l'impegno assume sempre una connotazione negativa.
      Ricambio di cuore gli auguri di una vita felice e serena, con l'aiuto di Nostro Signore.
      Chiara

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    3. Ti ringraziamo di cuore, cara Chiara, per questa testimonianza così sentita e toccante. Purtroppo molti di noi hanno ricordi simili ai vostri da raccontare. Oggi, tra l'altro, le ore a scuola sono sempre di più rispetto ad anni fa, e quindi questo discorso risulta ancor più vero. Eppure il "mito della socializzazione" è quello più duro con cui scontrarsi, scegliendo la scuola familiare Per il resto, siamo ovviamente d'accordissimo con voi, ed i nostri figli ce lo stanno testimoniando giorno per giorno, con la loro serenità, la loro voglia di fare e di imparare, la loro gioia di stare insieme, la facilità di rapportarsi con tante persone diverse.

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  16. Salve, sono Luana una mamma di 29 anni ( maestra d'asilo) con una bimba di 3 anni ( che compirà a dicembre).
    A settembre abbiamo iniziato il primo anno di materna, ho preparato la mia piccola Alessia al meglio , sfruttando un pò le mie capacità , la mia pazienza e il mio amore era quindi ( pensavo ) pronta a nuovi stimoli e attività ma per noi è stato solo un vero e proprio disastro!
    Da bambina serena e tranquilla mi sono ritrovata gestire-non gestire una bimba schiva e triste, una bimba che ha il terrore di rimanere sola e che piangeper l'intera giornata gridando " mammina ti prego non mi lasciare ! fammi stare tutto il giorno con te!" , una bimba seduta in un angolo della classe sola soletta a colorare per l'intera mattinata e sgridata perchè chiede della sua mamma, una bimba che ha iniziato a fare la pipì a letto perchè ha gli incubi! Una bimba che da quasi 2 mesi digiuna e non vuole più riposare il pomeriggio come era solito fare perchè " se chiudo gli occhi e poi li riapro tu mi porti a scuola"... una famiglia non più serena come fino 2 mesi fa e una bimba che non vuole più uscire di casa...allora mi chiedo ...tutto questo a cosa serve???...Non sarebbe meglio intraprendere un cammino di scuola familiare dove la mia bimba possa stare tranquilla e serena....imparare secondo le sue attitudini e non essere forzata a fare quello che non vuole per indole fare lontana dai suoi affetti?...chiedo a voi consiglio perchè vi leggo spesso e vi stimo per come con amore state accompagnando i vostri bimbi " al mondo ". Un caloroso abbraccio.

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    1. Ciao, Luana, e benvenuta!
      Innanzitutto, grazie per la fiducia accordataci: ci fa molto piacere che tu abbia pensato a noi in questa circostanza.
      Quanto ai fatti da te raccontati, ti capiamo benissimo: nel brevissimo periodo di scolarizzazione anche la nostra Margherita soffrì moltissimo, arrivando ad una malinconia alienante e a perdere i capelli, insieme alla serenità sua e di tutta la famiglia.
      Essendo tu maestra, sai benissimo che è "normale", per un bimbo, un periodo di smarrimento nel tempo dell'inserimento. Però, per esperienza di educatrice e di mamma, ti posso dire che, al posto tuo, mi porrei i tuoi stessi dubbi. Il fatto è che spesso la scuola viene vissuta, anche quando non indispensabile, come l'unica soluzione possibile.
      Se, nel tuo caso, hai la possibilità di seguire personalmente la tua Alessia, il nostro consiglio è di farlo: con serenità, fermezza e dedizione, senza stare ad ascoltare le critiche ed i luoghi comuni.
      Grazie ancora e a presto!

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  17. Grazie cara MammaElly... oh!! si !! già ci sono state delle critiche per aver accennato a questa mia scelta...ma credo di essere ferma sulla mia decisione e chiedo a voi " famiglia speciale" di poterci dare un piccolo aiuto virtuale....possiamo affidarci a voi per qualsiasi consiglio in merito? sarebbe veramente utile per me in questa nuova esperienza! grazie di cuore! Mamma Luana e la piccola Alessia

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    1. Certamente! Per qualunque aiuto o consiglio, chiedi pure! Noi siamo qui e, se possibile, ci fa sempre piacere aiutare chi può aver bisogno: che si tratti di dritte pratiche, di materiale didattico, di spunti su cui fare progetti... teniamoci in contatto! Buona domenica a voi!

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  18. Grazie di cuore!! Buona domenica anche a voi !!

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  19. Salve, sono una ragazza di 23 anni, non sono sposata e non ho figli.. mi sono imbattuta per caso nel vostro blog e sono rimasta un pò meravigliata, ma anche un pò perplessa.
    Sicuramente questo approccio con i figli è fantastico e dal punto di vista familiare porta solo dei vantaggi.
    Ma che ne è della capacità dei vostri figli di avere relazioni "extra-familiari" se non frequentano gli altri bambini a scuola?
    Sicuramente diventeranno intelligenti e volenterosi, ma la vita è fatta anche (e SOPRATTUTTO) di relazioni, e la cosa più importante che si impara a scuola è proprio a relazionarsi con i coetanei e con gli adulti.

    Inoltre non vorrei sembrare sfacciata o maleducata (e non voglio nemmeno improvvisarmi medico anche se studio medicina), ma sono dell'idea che una bambina che in classe rimane da sola in un angolo a colorare, che non riesce a staccarsi dalla madre e che digiuna pur di non essere portata a scuola abbia un disturbo comportamentale che non può essere ignorato. E credo che assecondare questo suo desiderio di "reclusione" sia la mossa peggiore che un genitore possa fare.
    Con ciò non intendo dire che la madre dovrebbe spingere la figlia in classe senza dare peso alle sue paure, ma piuttosto capire quale sia il problema (con dolcezza ovviamente) e....RISOLVERLO!!
    Altrimenti il rischio è quello di alimentare questa sua paura dell'ignoto, degli altri o delle maestre.. E credo che nessuna mamma vorrebbe questo per la propria figlia.

    PS: sono anche catechista dei bambini di 4° elementare. Visto che in altri post ho letto la vostra repulsione verso questa attività, ho guardato un pò quello che fate fare ai vostri figli...
    Ci tenevo a dirvi che quello che io e le altre ragazze cateschiste facciamo fare ai nostri bimbi (a cui vogliamo molto bene!) non si allontana per niente dal vostro modo di lavorare con loro!
    Forse non è così tremendo divertirsi un'ora a settimana con gli altri bambini, imparando cosa vuol dire essere una COMUNITA' cristiana!

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    1. Anzitutto benvenuta sul nostro blog.
      Mi accingo, dunque, a rispondere alle tue obiezioni/osservazioni critiche e non esenti da una certa vena polemica.
      Comincio con la socializzazione, questo mito post-moderno che sarebbe, secondo te come secondo molti, la base stessa della scuola. Come se, prima dell’esistenza della scuola (che, nel senso attuale del termine, è stata inventata appena 150 anni fa) nessuno al mondo, nei millenni precedenti, avesse socializzato. La realtà è che quella che viene forzosamente imposta a scuola non è affatto e per nulla una forma di socializzazione. Il bambino si trova costretto dagli adulti a stare in classe con altre 20-25 persone, tutte della stessa età, scelte causalmente dall’alto con criteri amministrativi ed aggregate forzosamente. La loro frequentazione, poi, si risolve nello stare per 5-8 ore al giorno rinserrati con la forza fisica (se provi di uscire la maestra ed il bidello ti agguantano fisicamente e ti costringono con violenza a restare dove tu non vuoi) dentro ad un’unica stanza, senza poter parlare tra di loro, senza poter camminare e neppure andare in bagno secondo le proprie necessità, tutti ad ascoltare l’insegnante. L’incanto si rompe solo nei pochi fuggevoli minuti dell’intervallo, da spartire equamente tra bisogni fisiologici e chiacchiere con i compagni. Se questa è socializzazione… Io e mia moglie abbiamo un concetto molto diverso di socializzazione, secondo cui i bambini debbono socializzare liberamente con il loro prossimo, vecchi, adulti o bambini, che incontrano sul loro cammino; socializzare con le persone (non necessariamente i bambini) che la vita (non la direzione didattica) pone loro dinanzi.
      Riguardo a Margherita, il concetto è semplice. Io e mia moglie conosciamo nostra figlia bene, avendola educata in casa, e le abbiamo dato fiducia: se in un ambiente non si trova bene ed ha la possibilità di andarsene, allora la togliamo da quell’ambiente. Del resto, Margherita aveva due problemi: le mancavano i propri fratelli ed era amareggiata dall’immensa differenza culturale tra ciò che era in grado di fare e ciò che la scuola la costringeva a fare. Cosa c’è di sbagliato in tutto questo? In tutti gli altri ambienti si trova a proprio agio, lì no.
      Riguardo al catechismo, mi complimento con te e con le tue colleghe catechiste, se davvero fate quello che facciamo anche noi con i nostri figli, ovvero un vero catechismo, che consiste nell’insegnare i contenuti chiari, precisi, senza sfumature o ambiguità, della dottrina cattolica. Nella parrocchie delle nostre zone, purtroppo, da molti anni non è più così. Mi lascia perplesso il fatto che tu parli di mandare i figli a “divertirsi” a catechismo, quando il catechismo è una cosa della massima serietà ed è infinitamente più importante di tutto ciò che fanno a scuola.

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  20. Almeno per educare e istruire i vostri figli studiate prima, nessuno ha mai detto che l'uomo discende dalla scimmia..questo semmai l'hanno detto i creazionisti sminuendo e distorcendo la teoria evoluzionista.
    per il resto, liberi di credere o no a una verità assoluta. I vostri figli quando avranno la maturità e l'età per scegliere, sceglieranno secondo il loro punto di vista...

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    1. Le assicuro che mio marito -che ora non c'è più - era una persona estremamente colta e preparata. La prego di astenersi da commenti così faziosi, gratuiti e campati in aria, specie sotto l'anominato.

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  21. Mi sono casualmente imbattuta nel vostro blog e ho letto con piacere questo post, anche se non sono cattolica. Su molti punti non posso concordare, specie quello della Verità unica, che per il mio pensiero risulta fortemente limitante. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che oltre della mia educazione, si è sempre occupata della mia istruzione, in quanto i miei genitori sono persone estremamente curiose ed hanno tramandato questo "vizio" anche ai loro tre figli. Tutti e tre abbiamo frequentato scuole regolari (la più piccola è attualmente al secondo anno di liceo, mentre nostro fratello sta concludendo i suoi studi di dottorando), ma ciò non ci ha mai impedito di apprendere cose all'infuori dei programmi ministeriali, anzi la conoscenza di altre realtà e verità (storiche, scientifiche o di altro genere) ci hanno fatto sviluppare un senso critico secondo me molto positivo. Per quel che riguarda la religione non siamo credenti, ma in casa nostra ci sono scritture sacre di varie religioni e questo credo ci arricchisca, poiché possiamo confrontarci con culture e credenze diverse. Nostra madre ci ha sempre insegnato il rispetto e tramandato un interesse per la storia e la religione (spesso abbiamo visitato luoghi di culto di diverse religioni, dove lei ci ha spiegato tutto ciò che poteva incuriosirci, dalle scritture, ai simboli, alle usanze) nonché per l'arte e la letteratura, mentre nostro padre preferiva parlarci di tecnologia, geografia, politica e lingue. Quindi secondo me, l'errore che si fa più spesso è il credere che la scuola possa sostituire il ruolo del genitore.

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  22. E in quanto ex insegnante di ruolo, ho potuto spesso constatarlo. Ma in questo caso, di nuovo, non posso che essere contraria ad alcune affermazioni di Suo marito. Ho svolto il mio ruolo con dedizione, cercando di non influenzare i bambini con le mie convinzioni, ma creando un ambiente positivo e stimolante, dove ogni mio alunno potesse esprimere al meglio le sue qualità, i suoi dubbi sulle verità proposte dai libri di testo o da altre fonti. Ho avuto un'alunna mussulmana e credo sia stato positivo per tutta la classe in quanto spesso abbiamo potuto mettere a confronto le diverse realtà, cercando sempre di non ferire l'integrità culturale di ciascuno di loro. Inoltre, non mi sono mai sentita boia durante le interrogazioni, anzi semmai soffrivo più di loro per la loro impreparazione, o meglio, spesso ho messo in dubbio i miei metodi e approcci-come esempio, ci ho messo un periodo a capire che uno dei miei alunni avesse una memoria uditiva e quando l'ho scoperto, invitandolo a studiare leggendo ad alta voce, i miglioramenti sono stati immediati. Non sono di certo stata perfetta, ma ho ottenuto nel complesso molti risultati positivi e ne sono orgogliosa. Per questo non credo sia il sistema ad essere sbagliato, quanto le persone che svolgono questo mestiere siano insufficientemente dedite ad esso.Io credo che il ruolo dell'insegnante sia quello di fornire molteplici cornici, alle quali l'alunno possa attingere, scegliendo quelle più consone alla sua natura, per poi riempirle del sapere globale che essi hanno. Ma molto spesso, il genitore, con la scusa del poco tempo, -e perdonatemi l'insistenza, ma è una mera scusa, i miei sono stati lavoratori a tempo pieno, ma come insegna Lei in questo blog, per l'istruzione non servono né aule né tempi precisi, basta una conversazione a pranzo- delegano istruzione ed educazione alla scuola, aspettandosi i figli impacchettati e colmi di conoscenza a fine giornata.
    Detto ciò, condivido l'idea di istruzione a casa, ma mi rendo conto che è una scelta che richiede un non indifferente aspetto economico in quanto prevede che almeno uno dei genitori rimanga a casa. Sarei perplessa solo per quel che riguarda la socializzazione dopo una certa età, perché ci sono relazioni che si creano solo in un contesto estraneo a quello familiare, positive o negative che esse siano, preparano il bambino a ciò che il mondo è realmente, e non è sempre un posto dove puoi scegliere, ma devi addattarti a determinate regole sociali (che tu le condivida o meno).

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    1. La ringrazio per questo commento così articolato e sentito. Quella che racconta è una realtà davvero illuminante -per ogni insegnante e genitore - di ciò che dovrebbero essere educazione ed istruzione: un percorso olistico, che valorizzi la persona nella sua interezza. Credo che la grande ricchezza trasmessaLe dai suoi genitori sia stata davvero messa a frutto nel Suo ruolo di insegnante. Purtroppo non è sempre così, nè in famiglia, nè a scuola. Grazie ancora per i tanti spunti di riflessione innescati dalle Sue parole.

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  23. Ringrazio chi ha scritto quest'articolo, parole sante. Quando avrò un figlio farò di tutto perché possa evitare la scuola e crescere sano e libero.

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  24. Salve, avrei una domanda da chiedere.
    Io sono favorevole all insegnamento a miei figli specialmente per i brutti episodi che trovo ogni giorno con le insegnanti.
    Ho letto che per educare i propri figli si deve dimostrare le capacità per farlo come corsi , diplomi ecc, ma io avendo solo la licenza media (ma frequentato anche le superiori senza diploma) potrei farlo? Grazie

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    1. Mi scuso, ma ho visto questo commento solo ora.
      Per l'istruzione parentale la legge non prevede nessun titolo in specifico. Se ha bisogno di ulteriori informazioni, può scrivermi in privato.

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  25. Buonasera mi chiamo Valeria e sono la mamma di un bimbo di 21mesi che si chiama Elia. Mi piace l idea dell homescholling, mi piace l idea di non dover stressare un bimbo piccolo a dover frequentare la scuola con compagni e maestre che potrebbero danneggiare la salute mentale ed anche fisica del mio bambino... (Da piccola ho avuto brutte esperienze a scuola) oltre al fatto che potrebbero insegnare qualcosa di "secolarizzato" e quindi falso!.. Non sono del tutto contraria alla scuola, molti bambini sono a loro agio e ne vengono fuori anche molto bene perché avranno trovato le persone giuste. Il mio problema è che non riesco a capire bene come funziona.. Posso avere un esempio su come fare con gli esami a scuola.. Si devono presentare come privatisti? Oppure come si risolve con l obbligo di frequentare la scuola? Si deve iscrivere cmq e rimanere a casa ? Con chi dobbiamo comunicare? E con l obbligo della scuola materna come fare? (Non so se mi sono spiegata) Scusi per la raffica di domande, ma sono interessata e non so proprio come cominciare e poi proseguire.. Intanto auguro a te ed ai tuoi figli tutto il bene possibile..Sono e saranno dei bambini fortunati.. Complimenti!

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    Risposte
    1. Buongiorno e benvenuta.
      Cerco di rispondere in breve e per punti:
      - La scuola dell'infanzia non è obbligatoria, quindi per questa non occorre alcuna dichiarazione ufficiale.
      - Dalla prima della scuola primaria in poi, per fare homeschooling (in Italia "istruzione parentale") occorre fare una comunicazione scritta, anno per anno, alla scuola di riferimento, in cui si comunica la propria decisione.
      - Gli esami non sono obbligatori, ma sono il mezzo comunemente più usato dai dirigenti scolastici per verificare che sia assolto l'obbligo d'istruzione.
      - In caso si voglia far sostenere l'esame al bambino, occorre richiederlo alla scuola entro il 30 aprile di ogni anno, allegando i programmi svolti.
      Mi scuso per il tono un po' "asciutto" di questa risposta. Per ogni ulteriore domanda o necessità, sono sempre a disposizione: può scrivermi in privato all'indirizzo che trova alla pagina "Contattaci".
      Buona giornata e grazie per le sue parole!

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  26. Buongiorno MammaElly,
    Sono Veronica mamma di due bambine di 2 e 3 anni. Mi sono imbattuta nel vostro blog e devo farvi i complimenti perché riporta tanti spunti storici a sostegno dell'homeschooling che farò miei per ribattere a chi mi dà contro per la nostra scelta di educare a casa!
    Noi non abbiamo ancora cominciato perché vorremmo unirci tra più famiglie e farlo insieme, tipo scuola parentale dove ognuno ci mette del suo. Nella pratica però la realizzazione non è facile perché è difficile trovare famiglie disposte a farlo... La scuola tradizionale è un ottimo parcheggio per chiunque dopotutto!!
    Lascio la mia email se a qualcuno di Verona fa piacere fare gruppo:
    Downshiftforhomeschool@gmail.com

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